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Hook rate: la metrica che decide se la tua awareness esiste davvero
Quando si parla di awareness sui social c’è una verità semplice: se il tuo contenuto non ferma lo scroll nei primi secondi, la campagna non inizia nemmeno a lavorare. L’hook rate, cioè la percentuale di persone che restano almeno 2 o 3 secondi sul video, è diventato il nuovo filtro della creatività.
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Hook rate: la metrica che decide se la tua awareness esiste davvero

Quando si parla di awareness sui social c’è una verità semplice: se il tuo contenuto non ferma lo scroll nei primi secondi, la campagna non inizia nemmeno a lavorare. L’hook rate, cioè la percentuale di persone che restano almeno 2 o 3 secondi sul video, è diventato il nuovo filtro della creatività. La formula è facile quanto implacabile:
Hook Rate = (Visualizzazioni a 3 secondi / Impression) × 100*
*Tips dalla scrivania del marketer: ricorda di escludere dalle tue campagne con obiettivo video views i posizionamenti audience network. In questo modo eviti di sovrastimare questa kpi con risultati troppo alti per essere veri. Audience network è un contesto con regole del gioco differenti rispetto al contesto nativo di Facebook, Instagram e TikTok (ebbene sì, anche TikTok ha il suo circuito di Audience Network e si chiama Pangle).
Le analisi di settore e le guide Meta indicano come “buona” una soglia intorno al 25 o 30%. Sopra il 40% si entra nel territorio delle creatività che performano davvero.
Ma la parte cruciale è un’altra: l’hook rate diventa indispensabile proprio quando si parla di awareness. Se stai facendo performance, conversioni, lead o vendite, hai KPI concreti che ti dicono se un video funziona: tasso di conversione, costo per conversione, ROAS.
Nel mondo dell’awareness, invece, questi indicatori non esistono. Non puoi giudicare un contenuto dal CTR come unico termometro, e non puoi aspettarti indicatori di vendita immediati. È esattamente qui che l’hook rate fa la differenza. Diventa il primo e più efficace modo per capire se il contenuto sta facendo il suo mestiere: catturare attenzione e trasferire almeno un primo “strato” del messaggio.
Questo approccio lo abbiamo applicato in una recente case history pubblicata su LinkedIn. Per il lancio di un prodotto abbiamo scelto un formato “ibrido”: intrattenimento e prodotto nello stesso video, una combinazione vincente ed incisiva. I dati parlano chiaro: hook rate del 50% e 7 secondi di visione media. Numeri che superano i benchmark dei formati verticali e dimostrano che, se l’apertura funziona, il pubblico rimane.
Puoi vedere il caso completo qui.
C’è poi un altro vantaggio enorme. Una volta capito che un video attira davvero l’attenzione, puoi pensare più in grande della singola piattaforma. Un contenuto con un hook rate forte è un asset da scalare: se funziona su TikTok, può funzionare anche su Meta. Se performa su Meta, puoi portarlo su YouTube Ads senza temere i formati skippabili, perché sai già che l’apertura è memorabile. L’hook rate diventa così la prova sul campo che quel contenuto può vivere altrove, migliorando l’efficienza dell’intero media mix.
Questa logica si ritrova anche nel modello ABCD di Google, che mette al primo posto proprio Attract: cattura l’attenzione, poi costruisci, comunica e dirigi l’azione. Una regola che vale ovunque, perché tutte le piattaforme competono sullo stesso terreno: i primi secondi.
La conclusione è semplice: l’hook rate non è solo una metrica utile, è il KPI chiave da considerare per un progetto di awareness. Senza conversioni da leggere e senza vendite immediate da misurare, è l’indicatore più solido che hai per capire se la tua creatività funziona davvero. E se vuoi fare awareness professionale sui social, si parte da qui. Tutto il resto viene dopo.
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